Un tema rimasto per anni sospeso, privo di un quadro normativo chiaro, che oggi si è trasformato in una vera e propria tempesta perfetta.
Secondo una stima ANCI, confermata da Regioni e ISTAT, nel biennio 2021‑2022 i Comuni italiani hanno speso oltre 1 miliardo di euro per integrare le rette dei cittadini non autosufficienti. Una cifra enorme, con una tendenza all’aumento che rischia di tradursi in una contrazione dell’offerta dei servizi.
Negli ultimi mesi, la giurisprudenza ha assunto un ruolo decisivo.
Le sentenze del Consiglio di Stato – dal caso del Comune di Maser fino all’ultima decisione arrivata da Venezia – hanno stabilito un principio che oggi pesa come un macigno sui bilanci comunali: per definire la compartecipazione alla spesa conta solo l’ISEE.
La sentenza veneziana, riportata dalla stampa, è inequivocabile:
i Comuni devono coprire integralmente la retta per i cittadini con disabilità al 100%, senza possibilità di applicare criteri patrimoniali, reddituali o regolamenti locali.
Un “effetto domino” che sta generando ricorsi, richieste di rimborso e un crescente allarme tra i Sindaci.
Il paradosso è evidente: i Comuni finiscono per pagare anche per persone che avrebbero capacità economiche per contribuire, disperdendo risorse che potrebbero essere destinate a chi oggi resta escluso dai servizi.
Dentro questa complessità emerge un’altra criticità: l’Indennità di Accompagnamento.
La normativa prevede la sospensione dell’indennità in caso di ricovero gratuito, ma non disciplina i casi di inserimento in strutture h24 con compartecipazione.
Il risultato è una duplicazione della spesa pubblica:
* lo Stato eroga l’indennità per garantire assistenza continua;
* il Comune interviene finanziariamente per la stessa finalità assistenziale.
Due volte la stessa spesa.
Un sistema che non può reggere.
Per garantire sostenibilità ed equità, è necessario chiarire che l’indennità – pur restando esclusa dal calcolo ISEE – possa concorrere al pagamento della componente assistenziale della retta.
Una misura che permetterebbe di liberare risorse e ampliare la platea dei beneficiari.
I tavoli istituzionali e la necessità di una riforma
ANCI, insieme alle Regioni, ha portato da tempo il tema ai Ministeri competenti.
Sono stati attivati tavoli tecnici presso:
* il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali,
* il Dipartimento per le politiche della famiglia.
Obiettivo: aggiornare il Regolamento ISEE (DPCM 159/2013) e affrontare la questione delle prestazioni residenziali a ciclo continuativo.
Ma dopo un avvio promettente, i lavori si sono fermati, lasciando i Comuni soli davanti a una giurisprudenza sempre più stringente.
Come Vicepresidente ANCI, non posso nascondere una crescente preoccupazione:
la situazione che si sta generando è insostenibile e rischia di compromettere la tenuta del welfare locale, soprattutto per i piccoli comuni.
Oggi non è più una questione di bilancio.
È una questione di tenuta del sistema Paese, di tutela delle persone più fragili, di equità tra cittadini e territori.
Serve un intervento legislativo urgente, capace di:
* introdurre criteri più equi e sostenibili,
* superare l’attuale impianto basato esclusivamente sull’ISEE,
* evitare il rischio concreto di default finanziario dei nostri enti locali.
Perché quando un Comune non ce la fa, non è un numero che salta:
sono persone che restano indietro.
Come ANCI stiamo pressando con forza per giungere rapidamente a una soluzione giusta ed equilibrata.
E continueremo a farlo, perché questa battaglia riguarda la dignità dei cittadini e la sostenibilità dei territori.
Secondo una stima ANCI, confermata da Regioni e ISTAT, nel biennio 2021‑2022 i Comuni italiani hanno speso oltre 1 miliardo di euro per integrare le rette dei cittadini non autosufficienti. Una cifra enorme, con una tendenza all’aumento che rischia di tradursi in una contrazione dell’offerta dei servizi.
Negli ultimi mesi, la giurisprudenza ha assunto un ruolo decisivo.
Le sentenze del Consiglio di Stato – dal caso del Comune di Maser fino all’ultima decisione arrivata da Venezia – hanno stabilito un principio che oggi pesa come un macigno sui bilanci comunali: per definire la compartecipazione alla spesa conta solo l’ISEE.
La sentenza veneziana, riportata dalla stampa, è inequivocabile:
i Comuni devono coprire integralmente la retta per i cittadini con disabilità al 100%, senza possibilità di applicare criteri patrimoniali, reddituali o regolamenti locali.
Un “effetto domino” che sta generando ricorsi, richieste di rimborso e un crescente allarme tra i Sindaci.
Il paradosso è evidente: i Comuni finiscono per pagare anche per persone che avrebbero capacità economiche per contribuire, disperdendo risorse che potrebbero essere destinate a chi oggi resta escluso dai servizi.
Dentro questa complessità emerge un’altra criticità: l’Indennità di Accompagnamento.
La normativa prevede la sospensione dell’indennità in caso di ricovero gratuito, ma non disciplina i casi di inserimento in strutture h24 con compartecipazione.
Il risultato è una duplicazione della spesa pubblica:
* lo Stato eroga l’indennità per garantire assistenza continua;
* il Comune interviene finanziariamente per la stessa finalità assistenziale.
Due volte la stessa spesa.
Un sistema che non può reggere.
Per garantire sostenibilità ed equità, è necessario chiarire che l’indennità – pur restando esclusa dal calcolo ISEE – possa concorrere al pagamento della componente assistenziale della retta.
Una misura che permetterebbe di liberare risorse e ampliare la platea dei beneficiari.
I tavoli istituzionali e la necessità di una riforma
ANCI, insieme alle Regioni, ha portato da tempo il tema ai Ministeri competenti.
Sono stati attivati tavoli tecnici presso:
* il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali,
* il Dipartimento per le politiche della famiglia.
Obiettivo: aggiornare il Regolamento ISEE (DPCM 159/2013) e affrontare la questione delle prestazioni residenziali a ciclo continuativo.
Ma dopo un avvio promettente, i lavori si sono fermati, lasciando i Comuni soli davanti a una giurisprudenza sempre più stringente.
Come Vicepresidente ANCI, non posso nascondere una crescente preoccupazione:
la situazione che si sta generando è insostenibile e rischia di compromettere la tenuta del welfare locale, soprattutto per i piccoli comuni.
Oggi non è più una questione di bilancio.
È una questione di tenuta del sistema Paese, di tutela delle persone più fragili, di equità tra cittadini e territori.
Serve un intervento legislativo urgente, capace di:
* introdurre criteri più equi e sostenibili,
* superare l’attuale impianto basato esclusivamente sull’ISEE,
* evitare il rischio concreto di default finanziario dei nostri enti locali.
Perché quando un Comune non ce la fa, non è un numero che salta:
sono persone che restano indietro.
Come ANCI stiamo pressando con forza per giungere rapidamente a una soluzione giusta ed equilibrata.
E continueremo a farlo, perché questa battaglia riguarda la dignità dei cittadini e la sostenibilità dei territori.
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