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  • 18 Agosto 2026
  • Nazionale
Anche quando si tratta di beni disponibili, anche quando quei beni hanno un valore di mercato ben superiore.
È una decisione che nasce da un impianto normativo già contestato dagli esperti, introdotto nel 2018, che ha esteso il divieto di imporre oneri agli operatori anche ai rapporti privatistici. La Cassazione lo conferma: il Comune non può chiedere un canone di mercato, nemmeno se il bene è disponibile, nemmeno se quel terreno vale decine di migliaia di euro.
Il paradosso: un privato sì, un Comune no.
La sentenza crea un cortocircuito che nessun amministratore locale può accettare:
* un privato può chiedere 15–20 mila euro l’anno per ospitare un’antenna,
* un Comune deve accontentarsi di 800 euro.
Non è solo una questione contabile. È una questione di equità, autonomia, dignità istituzionale.
La Corte stessa, nelle motivazioni, lascia emergere dubbi di costituzionalità: perché mai un ente locale dovrebbe essere privato della possibilità di valorizzare un bene del proprio patrimonio disponibile, mentre un privato può farlo liberamente?
Un danno economico enorme per i Comuni
La sentenza non riguarda un caso isolato.
Riguarda centinaia di Comuni italiani che, negli anni, hanno stipulato contratti di locazione con canoni di mercato: 10, 15, 17 mila euro l’anno.
Contratti che oggi gli operatori stanno disdettando unilateralmente, riducendo i canoni al minimo e chiedendo perfino rimborsi retroattivi.
La Settimana Giuridica parla apertamente di “disastro contabile” per gli enti locali.
E ha ragione: si tratta di una perdita di entrate che, per molti Comuni, significa meno risorse per scuole, servizi sociali, manutenzioni, sicurezza urbana.
La pressione degli operatori: un assalto ai bilanci comunali
In queste settimane, gli operatori stanno bussando alle porte dei Comuni con una strategia aggressiva:
“C’è la sentenza, dovete abbassare il canone.”
“Il contratto non vale più.”
“Pagheremo solo il CUP.”
È una pressione che sta colpendo soprattutto i Comuni del Nord Italia, dove gli impianti sono più numerosi e i canoni storicamente più alti.
Non è un caso che molti sindaci parlino di “assalto ai bilanci comunali”
ANCI: una posizione netta e una richiesta al Governo

ANCI nazionale sta lavorando su più fronti:
* Raccolta dei casi dai territori, soprattutto dove gli operatori stanno agendo con maggiore insistenza.
* Nota tecnica in preparazione per Governo e AGCOM, per chiarire che la norma del 2018 non può azzerare il valore dei beni disponibili.
* Richiesta di intervento normativo correttivo, per ripristinare la possibilità di canoni di mercato e distinguere chiaramente tra concessioni pubbliche e contratti privatistici.
* Coordinamento con IFEL, che sta valutando l’impatto sul gettito CUP e sulle entrate patrimoniali.
* Valutazione di un rinvio alla Corte Costituzionale, perché la disparità pubblico‑privato solleva seri dubbi di legittimità.
Il nodo europeo: una disparità che può configurare un aiuto di Stato
La questione non è solo nazionale.

La disparità di trattamento tra pubblico e privato – con gli operatori che pagano canoni di mercato ai privati e canoni irrisori ai Comuni – può integrare un aiuto di Stato non compatibile con il diritto dell’Unione Europea.
Secondo la disciplina europea sugli aiuti di Stato, un vantaggio economico selettivo concesso a un’impresa, che non sarebbe ottenibile in condizioni di mercato, è considerato aiuto e deve essere notificato alla Commissione.
Qui il vantaggio è evidente:
* gli operatori risparmiano migliaia di euro l’anno,
* il risparmio deriva da un trattamento normativo che penalizza solo gli enti pubblici,
* il beneficio è selettivo e incide sulla concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni.
Un privato può chiedere 20 mila euro.
Un Comune deve accontentarsi di 800.
Questa asimmetria non è neutra: è un vantaggio economico diretto per gli operatori, e come tale potrebbe essere considerato aiuto di Stato non notificato, quindi non ammissibile.
ANCI sta valutando anche questo profilo, perché la questione potrebbe richiedere un intervento della Commissione Europea.
Non è una questione tecnica: è una questione di giustizia

Quando un Comune perde entrate, non perde numeri:
perdono le famiglie, perdono gli anziani, perdono i bambini, perde la comunità.
Non possiamo accettare che un bene pubblico venga svalutato per legge.
Non possiamo accettare che un operatore privato paghi meno al Comune che al proprietario privato.
Non possiamo accettare che una norma, nata per semplificare, finisca per penalizzare chi garantisce servizi essenziali ai cittadini.
Serve una correzione immediata
Il Governo deve intervenire.
Serve una norma chiara, semplice, giusta:
* che ristabilisca il valore dei beni disponibili;
* che impedisca riduzioni unilaterali dei canoni;
* che tuteli i Comuni da pressioni indebite;
* che riporti equilibrio tra pubblico e privato;
* che eviti di configurare aiuti di Stato non compatibili con il diritto europeo.
Non chiediamo privilegi.
Chiediamo equità.
Conclusione: i Comuni non possono essere l’anello debole.
La modernizzazione delle reti è fondamentale.
Ma non può avvenire scaricando i costi sui Comuni.
Non può avvenire svalutando il patrimonio pubblico.
Non può avvenire ignorando la Costituzione e il diritto europeo.
I Comuni sono la prima linea della Repubblica.
E non possono essere trattati come l’ultima.
Il vicepresidente ANCI 
Massimo Cavazzana

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